Cronaca della Boston Marathon di Lunedi 20 Aprile 2015

E’ proprio vero: al cuor non si comanda. Sto parlando del mio amore per la corsa che, nato quasi per caso, è cresciuto dentro di me giorno dopo giorno, regalandomi sensazioni, soddisfazioni e momenti indimenticabili. Tale passione mi ha portato a correre un po’ ovunque: non c’è luogo in cui mi sia recata in questi ultimi quattro anni (in vacanza, per lavoro…) che non abbia scatenato in me la voglia di conoscerlo correndo. Mentre corro l’udito, la vista, l’olfatto sembrano molto più accesi, accompagnano il ritmo dei miei passi e mi danno la sensazione di appropriarmi dei luoghi che attraverso, diventano parte di me.
Ebbene, forse ora riuscite a capire cosa mi ha spinto a migliaia di chilometri da Lodi, ad attraversare l’oceano per poter coronare uno dei miei sogni: correre la Maratona di Boston, la più vecchia maratona annuale, giunta quest’anno alla sua 119esima edizione. La Boston Marathon è una delle sei World Marathon Majors insieme a Tokyo, Londra, Berlino, Chicago e New York.
Questo viaggio è iniziato circa un anno fa, quando io, mio fratello Luca e il nostro amico Ettore abbiamo avuto il cosiddetto “colpo di culo” e siamo riusciti ad ottenere il pettorale. Infatti, la Boston Marathon, a differenza delle altre maratone, è corsa da runners con tempi di qualifica di tutto rispetto e, per noi che abbiamo tanta passione ma tempi di qualifica modesti, il numero dei pettorali messi a disposizione è assai limitato.
Gasati a mille, partiamo per questa nuova avventura !!!!
Una volta arrivati, e nei giorni che hanno preceduto la gara, non solo noi tre che abbiamo un occhio vigile e sensibile ai runners ma anche il visitatore casuale, come mio marito, rimane colpito dal numero notevole di podisti di varia abilità, di ogni età ed estrazione sociale che corrono lungo i vari percorsi cittadini disponibili. Infatti è una delle città in cui si è sviluppata una cultura della corsa tra le migliori al mondo. Che bello !!!!
Arriva il giorno della gara. Appuntamento per tutti quelli che partono nella nostra wave (l’ultima delle 4) nella hall dell’albergo. Sui volti c’è la stanchezza di tre giorni in cui l’entusiasmo della trasferta si è tradotto in chilometri alla scoperta di Boston. Ci scambiamo gli ultimi consigli, ci confrontiamo sull’abbigliamento indossato (meglio manica lunga o corta? C’è chi sfoggia giubbini termici e resistenti all’acqua, chi preferisce pantalone lungo e canotta…). Vado letteralmente in confusione !!!! Stresso allo sfinimento mio marito perchè mi dia un consiglio. Lui giustamente che non corre è lucido e rilassato, fin troppo per i miei gusti, cerca di farmi ragionare ma alla fine mi guarda con aria rassegnata e mi dice: “vedi tu”. Sono in panico. Penso di aver sbagliato completamente l’abbigliamento, troppo leggero. Non c’è più tempo nemmeno per pensare, mi chiamano per la foto di gruppo, apriamo le nostre tute di carta per mostrare il pettorale, gli ultimi scongiuri e via… verso i pulmann che ci portano alla partenza.
Appena esco dall’albergo, un’aria gelida mi trapassa. Ci sono 3 gradi, c’è pure vento. Cavolo inizia anche a piovere. Guardo mio marito, in cerca di conforto e lui mi dice: “lo sapevi, l’avevano previsto !!!!”.
Saliamo sul pullmann che ci porta alla cittadina di Hopkinton, nel Massachusetts, da cui parte la gara. Tutto perfettamente organizzato, senza tempi di attesa, e sorvegliati da polizia, militari e addirittura da cecchini in ogni angolo. Le misure di sicurezze sono al massimo, tanto che non ci è nemmeno permesso di portare la sacca alla partenza.
Sembriamo, più che runners, dei profughi appena sbarcati da un lungo viaggio. Ognuno di noi si è messo addosso quanto di più brutto e vecchio aveva nell’armadio, cose che appena prima della partenza vengono abbandonate sul posto. Unico obbiettivo per tutti: scaldarsi e resistere fino al bang.
Sotto una pioggia battente, partiamo. Già al terzo chilometro siamo imbevuti d’acqua, le scarpe diventano terribilmente pesanti (l’acqua entra ma fa fatica ad uscire), fa freddo e un vento contrario gioca a nostro sfavore. Siamo preoccupati di non riuscire a resistere a queste condizioni. Il nostro amico Ettore ci saluta e decide di prendersela comoda. Io e Luca continuiamo fianco a fianco fino al dodicesimo Km, poi le nostre strade si dividono. Il percorso è un susseguirsi di saliscendi, attraversando le cittadine di Ashland, Framingham, Naticck e Wellesley, dove si supera la metà della gara. Questo è il punto che i maschietti preferiscono, per l’entusiasmo delle ragazze del Wellesley college femminile che baciano ed abbracciano i runners e li invitano a prendersi una pausa ed andare da loro. Il calore del pubblico comunque rimane costante e travolgente lungo tutti i 42 Km. Non si risparmiamo, urlano talmente forte che non so più se sto tremando per il freddo o per l’emozione. Al 30 Km entro nel comune di Newton caratterizzato dalle Newton Hills, una successione di quattro salite che culmina con la Heartbreak Hill (la collina spezza cuore !!!!). A testa bassa, passo dopo passo, mi metto in scia di un enorme runners che mi ripara dal vento, mi tira lungo tutta la salita fino al punto in cui, quasi incredula, alzo la testa e vedo un cartello con scritto “this is the top of the Hill”. Evviva, le mie gambette ce l’hanno fatta, ora giù per la discesa, mancano solo 7 Km. Prendo l’ultimo integratore, perché la salita mi ha bruciato la poca benzina che mi rimaneva. All’improvviso un grande un tifo da stadio mi sorprende, mi guardo intorno e vedo una ragazza con gli arti artificiali che sta correndo. La raggiungo, l’affianco, la guardo negli occhi e mi commuovo. Quando la forza di volontà è tanta, si fanno cose incredibili!!! Mi metto d’impegno e raggiungo finalmente la Boylston Street, che mi porterà al traguardo.
Mi sembra di aver già corso questo ultimi cinquecento metri, le immagini viste e riviste in televisione dell’esplosione della bomba di due anni fa si presentano alla memoria, si confondono con il presente. Poi una grande forza mi porta a raggiungere la finish line! la corsa è libertà, amore per la Vita, e ora vi chiedo, cosa c’è ancora di più bello ?
E Luca ed Ettore ? State tranquilli, anche loro con meritato orgoglio possono dire: I did it !!!!!

Silvia

Alcune foto della giornata:

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