I Miti – Emil Zatopek

Correva, ma nella sua vita non si limitò a correre. Correva male, la testa chinata di lato, le spalle contratte, ansimando forte. Una questione di stile; ma era uomo di sostanza, non di forma. Quando i carri armati russi giunsero a Praga non fecero sconti, né lui ne volle. Teneva sì un poster di Stalin in camera, ma era solo l’immagine di un ideale. Uno abituato a correre ripetute da 200 metri con la moglie sul groppone sa cos’è la fatica. E quando la fatica piega il corpo, spesso raddrizza lo spirito. Sul suo groppone doveva decidere lui chi e quando potesse salire, e disse no. Disse no a Stalin e una miniera d’uranio fu il suo confino.
La sua è una storia di sport, d’amore e di vita. Faceva l’operaio per un calzolaio. Un giorno il calzolaio organizzò una gara podistica, un paio di scarpe per ogni partecipante. Una defezione lasciò liberi due scarpini. Fu così che il garzone sedicenne venne convocato dal calzolaio “Corri tu”. Le scarpe non erano della sua misura e lui non aveva mai corso in vita sua. Arrivò secondo. E da quel giorno iniziò ad allenarsi. Di notte, perché allora non c’era pausa pranzo, il lavoro iniziava all’alba per terminare al tramonto. E anche se ci fosse stata, non sarebbe bastata: correva per ore, anche quattro di fila.
Poi la guerra mise in pausa il mondo. Spezzo vite di amici e familiari, ma non spezzò le gambe di un prodigio. Capita spesso che un giovane abbia un talento straordinario: un cuore enorme, arti erculei o polmoni infiniti, ma manchi di testa, di determinazione. O viceversa. Quando invece i talenti fisici e di carattere si sposano nasce qualcosa di straordinario. Lui era così: un cavallo da corsa con l’istinto di un mulo.
Rimase imbattuto per anni, stabilì record del mondo a ripetizione. Vinse mi pare la sua gara per più di 40 volte di fila. Un campione assoluto. Ma la differenza tra un campione e una leggenda sta nel gesto epico.
Era il 1952, olimpiadi di Helsinki. Nessuno pensava che potesse non vincere sia i 5.000 metri che i 10.000 e allora gli organizzatori inserirono le due gare nella stessa settimana, a distanza di pochi giorni. Gli altri atleti scelsero a quale gara partecipare, era difficile farle entrambi. Lui no ovviamente. E le vinse entrambi, ovviamente, e la cosa non stupì molto. La “cosa”, il “come” invece sì. Fece per due volte il record del mondo, e nella gara più lunga doppiando tutti gli avversari.
La Cecoslovacchia si preparò ad accogliere il suo eroe, ma dovette attendere. Mancavano infatti due giorni al termine delle gare di atletica e sua moglie, o meglio la sua futura moglie, avrebbe disputato la finale del giavellotto femminile proprio l’ultimo giorno delle gare. Dana si chiamava la moglie e il destino volle che un’altra volta i due innamorati dovessero condividere una data: erano infatti nati il medesimo giorno, il 19 settembre 1922. Il 27 luglio di trent’anni dopo avrebbero scritto una pagina memorabile della storia dello sport.
Non aveva mai corso una maratona in vita sua e forse non aveva mai neanche pensato di correrla. Ma la notte precedente tornò a visitarlo il calzolaio: “Corri tu”. La mattina della gara, tra lo stupore e l’incredulità si fece assegnare un pettorale. Per chi non ha mai corso, la differenza principale tra una gara di fondo e una maratona sta nei rifornimenti. Nel fondo si parte e si arriva con le proprie energie, mentre per correre oltre 42 km filati occorre integrare, soprattutto bere. Non lo sapeva, o forse se ne dimenticò. Sta di fatto che si fece solo segnalare il probabile vincitore, e decise di corrergli dietro. La sua però era una macchina da pista e conosceva solo quei ritmi. La cadenza in strada gli parve lenta, e così al 19esimo chilometro, distanziati ormai tutti fuorché il favorito, chiese in inglese approssimativo se non fosse il caso di accelerare un po’. In quel momento la leggenda si compì. Dana aveva appena lanciato il suo giavellotto oltre il limite olimpico: medaglia d’oro. Il vento di quel lancio arrivò al marito. Il mulo lasciò spazio al cavallo e prese a galoppare. Arrivò da solo nello stadio proprio mentre stavano premiando la moglie e risuonava l’inno ceco. Vinse, ma non si limitò a vincere: record del mondo. Quando arrivò il secondo, lui si era già cambiato e mangiato una mela.
Correva, correva male ansimando forte. Per questo fu soprannominato “la locomotiva umana”.
Non so se Emil Zatopek sia stato il più grande atleta di sempre, so che nessuno fece mai quello che riuscì a lui. E come un teorema matematico gode immortalità di dimostrazione, così credo nessuno potrà mai eguagliarlo.
Morì a Praga, impoverito dall’uranio in un letto di ospedale pubblico nell’autunno del 2000. Dana era ancora al suo fianco e un’intera nazione pianse il suo eroe.
Se passate a Losanna fate un giro nel parco olimpico, c’è la statua di un atleta che corre scomposto con una smorfia di fatica sul volto. In silenzio la sentirete ansimare forte.

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